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ouminicch'
Trilugia dell'impossibilità
A quelli che non sanno spalancare le porte, scardinarle e abbatterle.
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Due uomini, una bara. E una decisione da prendere: chi vive, chi muore. Si può riassumere così lo spettacolo Ouminicch’.
La Trilugia dell'impossibilità, che si concluderà nel 2010, ha una poetica tesa all'annullamento di qualsiasi mera consolazione. Intende raccontare una realtà priva di conforto, che porti però a una presa di coscienza, a una rivoluzione dell'agire; propone storie vorticose e fortemente simboliche, spesso farneticanti e ossessive, che costruiscono verità cagionevoli, che zoppicano nel tentativo di imporsi al potere, per poter essere qualcosa.
palermo, palermo teatro festival, teatro nuovo montevergini, 24 e 25/11/2007 (debutto).
Recensioni HYSTRIO - N. 1 2009, un articolo di Claudia Brunetto Due uomini e una bara
E-POLIS, Milano, 30 ottobre 2008, un articolo di diego vincenti Debutta Ouminicch', lati oscuri dell'umano.
LA REPUBBLICA, Palermo , 19 ottobre 2008, un articolo di guido valdini La sfida perduta di due sicari, una prigionia che sa di Pinter.
ROMA, 4 dicembre 2007, un articolo di enrica buongiorno Teatro Elicantropo: Rosario Palazzolo e Anton Giulio Pandolfo interpreti della pièce in dialetto siciliano “Ouminicch’”, la macabra partita della vita Napoli. “Iddi sannu chiddu c’hannu ‘a sapiri”. Loro sanno quello che c’è da sapere. Ma chi? E cosa? Non è necessario il breve glossario della lingua siciliana, accluso alla brochure di presentazione dello spettacolo, per comprendere il significato ultimo di “Ouminicch’”, la pièce andata in scena all’Elicantropo. Due uomini, due valigie, una bara, una porta. È tutta qui la scena che si palesa davanti agli occhi dello spettatore, che subito è risucchiato dentro l’atmosfera cupa ed incerta che si respira. L’attesa di qualcosa che accada è fastidiosa, pesante. Trentasetti e Trentaquattru, i due protagonisti, cominciano un dialogo che solo apparentemente è senza significato. La mamma, i santini, il paese, i pettegolezzi, Padre Pio, tante parole, tanti silenzi e poi, il suono del telefono. “’U sacramento da Pisatura” deve cominciare. Si tratta di un rituale che ha regole precise, alle quali non si può sfuggire. “’A vestitura”, bisogna vestirsi. Subito sfidarsi in una conta fatta di filastrocche, proprio come quella che fanno i bambini quando giocano. “’A segnatura”. Chi perde fa un segno con il gessetto sul corpo dell’altro. Per tre volte. Chi vince deve sparare, ed uccidere. Cosa vale di più? La carne o lo spirito? Una partita macabra dove i due stanno giocandosi la propria morte, o meglio la propria vita. Chiusi in una stanza buia, senza finestre e con un’unica porta sprangata. La tensione sale, l’ansia è palpabile. Quelli fuori hanno deciso tutto. Sanno ciò che deve accadere, e non ammettono alzate di testa. All’improvviso, uno dei due tenta una ribellione, una fuga. Dentro o fuori che differenza fa se alla fine comunque si rischia la morte? Per un attimo sembra che tutto stia per cambiare. Basta sfondare la porta per uscire, ma il trillo del telefono li riporta all’atroce realtà. La metafora allora si compone. Due uomini piccoli, miseri, due “ouminicch’” costretti a vivere in questo modo, consapevoli della loro povertà e vittime di un sistema, del potere, di una mafia o forse della vita stessa. Il testo teatrale scritto da Rosario Palazzolo e diretto e interpretato con Anton Giulio Pandolfo, regala un prezioso momento di puro teatro. “Il teatro è sempre stato il luogo in cui l’uomo incontra se stesso. La sua funzione sociale è necessaria”, hanno commentato i registi. Fermarsi a riflettere è talmente raro, ma qualche volta accade il miracolo, ed uno spettacolo riesce a fare tutto questo. Emozionante la prova dei due attori, in grado di trasmettere pathos e tensione pura con una performance da applausi.
TEATRO.ORG, 1 dicembre 2007, un articolo di gianmarco cesario La musica della radio, banale, ossessiva, disturbata, sempre uguale, in una sala buia. Nella penombra due uomini, due uomini qualunque, in attesa di qualcosa. Al centro una bara di legno, lugubre, unico arredo di una stanza che alla luce ci appare spoglia di tutto, eccezion fatta per la bianca porta che, da un lato conduce verso un non ben identificato esterno. Così ha inizio la nuova produzione della compagnia del Tratto di Palermo, “OUMINICCH'”, scritta da Rosario Palazzolo e diretta ed interpretata dallo stesso autore con il bravissimo Anton Giulio Pandolfo. Va detto subito che qualsiasi riferimento ad autori quali Beckett, Pinter, Saramago, Orwell, Kafka o Ionesco è solo una semplificazione per chi scrive e giudica per spiegare quelle che sono la tematica ed il linguaggio di Palazzolo, un personalissimo punto di vista sulla società umana e la sua omologazione, costretta da regole non scritte ad adeguarsi ad una massificazione violenta e sleale, in cui la vita perde ogni suo significato e valore, per disposizione di un ente superiore che ordina l’annullamento totale della volontà, attraverso riti inspiegabili ed inaccettabili, a coloro che tentano, purtroppo inutilmente, di disobbedire. Palazzolo ci abituati con i suoi precedenti copioni, “Il fatto sta”, “Ciò che accadde all’improvviso”, con i suoi racconti e con il suo romanzo di esordio “L’ammazzatore”, di recente pubblicazione, a non farci ingannare dalle apparenze: il linguaggio siciliano, la scontata denuncia alla mafia, il folklore di certe immagini ironiche, tutto ciò sono solo pretesti per farci trascinare dalle sue storie visionarie e senza speranza. In scena i due attori danno prova di affascinante capacità affabulatoria, i buffi alterchi dei loro personaggi, simboli dell’anonimato del singolo (tant’è che sono identificati non da nomi ma da numeri) lasciano senza fiato lo spettatore che si fa trascinare dall’avvincente e misterioso taglio narrativo della commedia (ma qui la definizione di Commedia, come per tutto ciò che riguarda la piece in questione, è forzata, potremmo parlare di Dramma, Tragedia, Satira, senza tema di sbagliare ma con la convinzione di non essere stati completi). A noi non resta che dire, per non anticipare nulla della trama, che si tratta sicuramente di una delle più complesse messe in scena del gruppo palermitano, per la ricercatezza del linguaggio (un palermitano “vero”, non mediato ed annacquato dall’italiano, e non per questo meno comprensibile), per l’asciuttezza delle interpretazioni, per il rigore registico e perchè, è bene dirlo, si ha davvero bisogno di una drammaturgia contemporanea che non utilizzi ne’ il linguaggio filo-televisivo di alcune commedie moderne, ma che nemmeno ci riporti ad una finta sperimentazione vintage, tanto di moda oggi, bensì ci parli con disincanto ed ironia di noi stessi, uomini, anzi “ouminicch'”, costretti alle regole della nostra società malata, alla quale possiamo ribellarci solo grazie alla consapevolezza che un’operazione simile ci potrà far acquisire.
TEATROTEATRO.IT, 30 novembre 2007, un articolo di mirko di martino Chi vince tra salute e sapienza? E tra generosità e pietà? E’ a domande del genere che devono rispondere Trentaquattru e Trentasetti, i due protagonisti di questo intenso e straniante spettacolo che, seduti intorno a una bara, in una stanza vuota chiusa da una porta bianca, passano il tempo in attesa di qualcosa che deve accadere, di una telefonata che gli darà finalmente le indicazioni che tanto aspettano e temono. A poco a poco affiorano frammenti della loro storia di criminali falliti, assassini incapaci di uccidere, mandati in quella stanza a espiare le loro colpe attraverso un grottesco rito, “u Sacramento da Pisatura”, ovvero il Sacramento della Pesatura, una sorta di sfida in cui ciascuno di loro deve mettere sul piatto della “valanza”, la bilancia, le sue qualità dell’anima per stabilire quale sia più importante e perciò vincente. ??Rosario Palazzolo, autore e attore, insieme a un bravissimo Anton Giulio Pandolfo, di questo testo ironico e denso di simboli aperto a tante diverse letture, gioca con il pubblico facendogli credere, anche grazie al dialetto palermitano, di star assistendo a una storia di mafia e di mafiosi. In realtà è presto chiaro che la mafia non c’entra nulla. Anzi, a parte qualche vago accenno, di Trentasetti e Trentaquattru non si sa niente, né si sa dove si svolga la storia, cosa sia quella stanza chiusa, da quanto tempo stiano lì dentro e per quanto tempo ci resteranno. ??Neanche i due “ouminicchi” sanno nulla, anzi, non sono certi nemmeno di quali siano di preciso le regole del Sacramento, al quale pure si affidano ciecamente. L’unica certezza è che “Iddi” le conoscono, “Iddi”, cioè “Loro”, quelli che li hanno messi lì, quelli che tutto sanno e tutto possono, i capi, i potenti, ma anche i santi come Padre Pio, che nella testa dei due poveracci finiscono per essere la stessa cosa. Trentasetti e Trentaquattru sono prigionieri di una condizione dalla quale è impossibile fuggire: quando ci provano e riescono a forzare la porta, scoprono che “Iddi” avevano previsto anche questo. Marionette manovrate da altri, si affannano a compiere gesti che non portano a nulla, un inutile agitare le braccia nella speranza di restare a galla. Non resta altro a cui aggrapparsi se non le loro stesse ossessioni: i righini della giacca, una radio che trasmette sempre la stessa musica, un rito ossessivo che non si concluderà mai. Il Sacramento non è un mezzo per uno scopo, è esso stesso lo Scopo, assurdo com’è assurda la vita, senza senso, senza regole, se non quella che alla fine vincerà qualcun altro.
IL SECOLO XIX, un articolo di martin cervelli Teatro siciliano per grandi e piccoli
GIORNALE DI SICILIA, 27 novembre 2007, un articolo di simonetta trovato Palazzolo e Pandolfo sul palco del Montevergini
A “Ouminicch’” si gioca con i suoni onomatopeici |
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