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ouminicch'


di rosario palazzolo
diretto e interpretato da anton giulio pandolfo e rosario palazzolo
musica francesco di fiore
regista collaboratore giuseppe la licata
assistente alla regia alessandro palazzolo
produzione la compagnia del tratto

Trilugia dell'impossibilità
Atto primo: L'impossibilità della scelta

 

A quelli che non sanno spalancare le porte, scardinarle e abbatterle.
A quelli che non hanno mai avuto una porta da spalancare, da scardinare, da abbattere.
A quelli che non sanno cos’è una porta.

 

 

 

Due uomini, una bara. E una decisione da prendere: chi vive, chi muore. Si può riassumere così lo spettacolo Ouminicch’.
Trentasetti e Trentaquattru non hanno scampo, sin dal principio. Costretti come sono a giocarsi il tutto per tutto. Due uomini che sanno di morire e che per questo si affidano ad una spiritualità fatta di santini, di segni rivelatori che non rivelano, che restano silenziosi come una coscienza collettiva.
Sembrerebbe una storia di mafia. In realtà, è una storia che ha a che fare con la vita, quella cupa e infame di chi non ha nessun altra via d’uscita, quella miserabile di chi ha vissuto nel sottosuolo becero della cultura del potere, quella viscerale di chi non possiede null’altro. Quella di tutti. È una storia che si universalizza, man mano, che ha la pretesa di farsi metafora comune di un luogo, il nostro, che ha smesso di appartenerci, che è divenuto di colpo un altro luogo, non più nostro. Il tutto, in un registro drammaturgico intriso di silenzi estenuanti e guizzi improvvisi, una lingua secca, carica d’umor nero, e un dialetto, quello palermitano, che gioca con la sintassi.

 

La Trilugia dell'impossibilità, che si concluderà nel 2010, ha una poetica tesa all'annullamento di qualsiasi mera consolazione. Intende raccontare una realtà priva di conforto, che porti però a una presa di coscienza, a una rivoluzione dell'agire; propone storie vorticose e fortemente simboliche, spesso farneticanti e ossessive, che costruiscono verità cagionevoli, che zoppicano nel tentativo di imporsi al potere, per poter essere qualcosa.
È una sorta di percorso, quello della Trilugia , un percorso impercorribile, ma comunque opportuno, necessario.
La Trilugia dell'impossibilità è una sorte di bivio. Con nessuna uscita.


 

palermo, palermo teatro festival, teatro nuovo montevergini, 24 e 25/11/2007 (debutto).
napoli, teatro elicantropo, dal 29 novembre al 2 dicembre 2007.
savona, cantina teatrale cattivi maestri, 7 e l'8 dicembre 2007.
albenga, teatro ambra, 9 dicembre 2007.
ragusa, teatro il palco (masd), 29 marzo 2008.
palermo, i candelai, per teatro dei cantieri festival, 16 ottobre 2008.
milano, teatro della contraddizione, per la stagione di teatro europeo, dal 23 ottobre al 2 novembre 2008.
caltanissetta, teatro margherita, per rossofestival, 20 febbraio 2009.

 

 

Recensioni

HYSTRIO - N. 1 2009, un articolo di Claudia Brunetto

Due uomini e una bara
Trentasetti e Trentaquattru protagonisti dello spettacolo Ouminicch’, rappresentano il paradigma di una vita misera fatta di riti quotidiani, di paure e di immobilismo. Lo spettatore non sa, ossessionato dalla musica insistente e fastidiosa di una radiolina, come inquadrare quei due uomini e quella bara al centro della scena. Si tratterà di una storia di mafia? Ci sarà un riscatto da pagare? Gli attori interpretano due malfattori? E invece Rosario Palazzolo e Anton Giulio Pandolfo, entrambi bravissimi nel giocare con l’equilibrio fra silenzi e parole, fra cupezza e luminosità, sono semplicemente due “ominicchi”. In preda a una partitura precisa: “’u sacramentu da pisatura”, ovvero il sacramento della pesatura, “’a vistitura”, il momento di vestirsi con gli abiti presi dalla valigia, “a signatura”, ossia chi perde fa un segno col gessetto sul corpo dell’altro. Così nello spettacolo i due “ominicchi” si confrontano con le loro debolezze, eternamente incerti sull’aprire o meno “quella porta”, e soprattutto minacciati da un’ansia di morte slegata dal quotidiano. Un lavoro puntuale e deciso in ogni sua parte, dalle tinte noir, che si appoggia su un dialetto a tratti grottesco ed estemporaneo che contribuisce a creare un’atmosfera straniante. Il testo dello spettacolo regala anche molta ironia alla scena, così com’è pieno di simboli e di doppie interpretazioni. Tutto si svolge in uno spazio senza tempo, in una stanza essenziale a volte claustrofobica, che funziona ai fini di quella universalità che gli attori ricercano. Ouminicch’ potrebbe diventare il primo tassello di una “Trilugia dell’impossibilità” che guarda dentro ai rapporti umani e alle loro fragilità e che la compagnia palermitana intende portare avanti.

 

E-POLIS, Milano, 30 ottobre 2008, un articolo di diego vincenti

Debutta Ouminicch', lati oscuri dell'umano.
Una Bara. Due uomini. Una stanza. Qualcuno che deve morire. Un’entità (s)conosciuta a dettare le regole. Difficile non pensare al Calapranzi di Pinter per questo Ouminicch’, lavoro della Compagnia del Tratto from Palermo, fino a domenica al Teatro della Contraddizione. E il paragone non può che incuriosire. Ma le vicende di questi due omuncoli vogliono spingersi oltre riferimenti (ed eredità), cercando percorsi personali, soluzioni altre. A partire da un dialetto spurio che, se localizza maggiormente il contesto drammaturgico, allo stesso tempo dona un interessante ventaglio di sfumature semantiche. Noir teso e comico a un tempo, aleggia la fatalità di un destino ineluttabile, dove il grottesco si unisce al surreale, la filastrocca al silenzio. Diretto e interpretato da Rosario Palazzolo e Anton Giulio Pandolfo.

 

LA REPUBBLICA, Palermo , 19 ottobre 2008, un articolo di guido valdini

La sfida perduta di due sicari, una prigionia che sa di Pinter.
Con un noir palermitano finalmente provvisto di una decorosa drammaturgia, di un’efficace messa in scena e di una fresca sensibilità, si è concluso giovedì sera, nella piccola e strapiena sala dei Candelai, questa prima edizione del Teatro dei Cantieri Festival, vetrina di giovani compagnie cittadine, accompagnate da alcune formazioni di rilievo nazionale, svoltasi nell’arco di un mese e mezzo con numeroso seguito di pubblico.
Ouminicch’ della Compagnia del Tratto, testo di Rosario Palazzolo, in palcoscenico assieme al bravo Anton Giulio Pandolfo, è una partita a due, recitata in un dialetto un po’ bastardo, che gioca la scommessa della nostra capacità di aprire “quella porta”, ovvero di scrollarci di dosso tutti quei miserabili cerimoniali di cui siamo più o meno inconsapevolmente vittime e carnefici, e che ci fanno riscuotere penosamente il prezzo dell’opportunità della vita. Due ominicchi, dinanzi ad una bara vuota e una porta chiusa, svolgono un rituale di morte voluto da una misteriosa entità (ma qui la mafia proprio non c’entra), che dovrebbe portare uno dei due, al termine di una gara di filastrocche, a farsi uno killer dell’altro. Non si sa chi sono quelli e perché avvenga tutto questo, ma è certo che è stato sempre così. La preparazione, la vestizione cadaverica, la “pesatura” dell’anima e del corpo sono interrotte da un’improvvisa voglia di riscatto dei due, di rompere il cerchio e di fuggire verso una libertà che è, anche e soprattutto, interiore: ma il telefono squilla e la prigionia ricomincia. Erede delle atmosfere di Pinter, lo spettacolo ha, però, una sua autonoma capacità espressiva, condotta sul filo del grottesco tetro, anche della gag comica e della sospensione surreale, fatta di silenzi prolungati e di ritmi improvvisamente accesi, cui partecipa la musichetta ossessiva di Francesco Di Fiore, e al quale ha certamente dato una misura la collaborazione registica di Giuseppe La Licata.

 

ROMA, 4 dicembre 2007, un articolo di enrica buongiorno

Teatro Elicantropo: Rosario Palazzolo e Anton Giulio Pandolfo interpreti della pièce in dialetto siciliano “Ouminicch’”, la macabra partita della vita Napoli. “Iddi sannu chiddu c’hannu ‘a sapiri”. Loro sanno quello che c’è da sapere. Ma chi? E cosa? Non è necessario il breve glossario della lingua siciliana, accluso alla brochure di presentazione dello spettacolo, per comprendere il significato ultimo di “Ouminicch’”, la pièce andata in scena all’Elicantropo. Due uomini, due valigie, una bara, una porta. È tutta qui la scena che si palesa davanti agli occhi dello spettatore, che subito è risucchiato dentro l’atmosfera cupa ed incerta che si respira. L’attesa di qualcosa che accada è fastidiosa, pesante. Trentasetti e Trentaquattru, i due protagonisti, cominciano un dialogo che solo apparentemente è senza significato. La mamma, i santini, il paese, i pettegolezzi, Padre Pio, tante parole, tanti silenzi e poi, il suono del telefono. “’U sacramento da Pisatura” deve cominciare. Si tratta di un rituale che ha regole precise, alle quali non si può sfuggire. “’A vestitura”, bisogna vestirsi. Subito sfidarsi in una conta fatta di filastrocche, proprio come quella che fanno i bambini quando giocano. “’A segnatura”. Chi perde fa un segno con il gessetto sul corpo dell’altro. Per tre volte. Chi vince deve sparare, ed uccidere. Cosa vale di più? La carne o lo spirito? Una partita macabra dove i due stanno giocandosi la propria morte, o meglio la propria vita. Chiusi in una stanza buia, senza finestre e con un’unica porta sprangata. La tensione sale, l’ansia è palpabile. Quelli fuori hanno deciso tutto. Sanno ciò che deve accadere, e non ammettono alzate di testa. All’improvviso, uno dei due tenta una ribellione, una fuga. Dentro o fuori che differenza fa se alla fine comunque si rischia la morte? Per un attimo sembra che tutto stia per cambiare. Basta sfondare la porta per uscire, ma il trillo del telefono li riporta all’atroce realtà. La metafora allora si compone. Due uomini piccoli, miseri, due “ouminicch’” costretti a vivere in questo modo, consapevoli della loro povertà e vittime di un sistema, del potere, di una mafia o forse della vita stessa. Il testo teatrale scritto da Rosario Palazzolo e diretto e interpretato con Anton Giulio Pandolfo, regala un prezioso momento di puro teatro. “Il teatro è sempre stato il luogo in cui l’uomo incontra se stesso. La sua funzione sociale è necessaria”, hanno commentato i registi. Fermarsi a riflettere è talmente raro, ma qualche volta accade il miracolo, ed uno spettacolo riesce a fare tutto questo. Emozionante la prova dei due attori, in grado di trasmettere pathos e tensione pura con una performance da applausi.

 

TEATRO.ORG, 1 dicembre 2007, un articolo di gianmarco cesario

La musica della radio, banale, ossessiva, disturbata, sempre uguale, in una sala buia. Nella penombra due uomini, due uomini qualunque, in attesa di qualcosa. Al centro una bara di legno, lugubre, unico arredo di una stanza che alla luce ci appare spoglia di tutto, eccezion fatta per la bianca porta che, da un lato conduce verso un non ben identificato esterno. Così ha inizio la nuova produzione della compagnia del Tratto di Palermo, “OUMINICCH'”, scritta da Rosario Palazzolo e diretta ed interpretata dallo stesso autore con il bravissimo Anton Giulio Pandolfo. Va detto subito che qualsiasi riferimento ad autori quali Beckett, Pinter, Saramago, Orwell, Kafka o Ionesco è solo una semplificazione per chi scrive e giudica per spiegare quelle che sono la tematica ed il linguaggio di Palazzolo, un personalissimo punto di vista sulla società umana e la sua omologazione, costretta da regole non scritte ad adeguarsi ad una massificazione violenta e sleale, in cui la vita perde ogni suo significato e valore, per disposizione di un ente superiore che ordina l’annullamento totale della volontà, attraverso riti inspiegabili ed inaccettabili, a coloro che tentano, purtroppo inutilmente, di disobbedire. Palazzolo ci abituati con i suoi precedenti copioni, “Il fatto sta”, “Ciò che accadde all’improvviso”, con i suoi racconti e con il suo romanzo di esordio “L’ammazzatore”, di recente pubblicazione, a non farci ingannare dalle apparenze: il linguaggio siciliano, la scontata denuncia alla mafia, il folklore di certe immagini ironiche, tutto ciò sono solo pretesti per farci trascinare dalle sue storie visionarie e senza speranza. In scena i due attori danno prova di affascinante capacità affabulatoria, i buffi alterchi dei loro personaggi, simboli dell’anonimato del singolo (tant’è che sono identificati non da nomi ma da numeri) lasciano senza fiato lo spettatore che si fa trascinare dall’avvincente e misterioso taglio narrativo della commedia (ma qui la definizione di Commedia, come per tutto ciò che riguarda la piece in questione, è forzata, potremmo parlare di Dramma, Tragedia, Satira, senza tema di sbagliare ma con la convinzione di non essere stati completi). A noi non resta che dire, per non anticipare nulla della trama, che si tratta sicuramente di una delle più complesse messe in scena del gruppo palermitano, per la ricercatezza del linguaggio (un palermitano “vero”, non mediato ed annacquato dall’italiano, e non per questo meno comprensibile), per l’asciuttezza delle interpretazioni, per il rigore registico e perchè, è bene dirlo, si ha davvero bisogno di una drammaturgia contemporanea che non utilizzi ne’ il linguaggio filo-televisivo di alcune commedie moderne, ma che nemmeno ci riporti ad una finta sperimentazione vintage, tanto di moda oggi, bensì ci parli con disincanto ed ironia di noi stessi, uomini, anzi “ouminicch'”, costretti alle regole della nostra società malata, alla quale possiamo ribellarci solo grazie alla consapevolezza che un’operazione simile ci potrà far acquisire.

 

TEATROTEATRO.IT, 30 novembre 2007, un articolo di mirko di martino

Chi vince tra salute e sapienza? E tra generosità e pietà? E’ a domande del genere che devono rispondere Trentaquattru e Trentasetti, i due protagonisti di questo intenso e straniante spettacolo che, seduti intorno a una bara, in una stanza vuota chiusa da una porta bianca, passano il tempo in attesa di qualcosa che deve accadere, di una telefonata che gli darà finalmente le indicazioni che tanto aspettano e temono. A poco a poco affiorano frammenti della loro storia di criminali falliti, assassini incapaci di uccidere, mandati in quella stanza a espiare le loro colpe attraverso un grottesco rito, “u Sacramento da Pisatura”, ovvero il Sacramento della Pesatura, una sorta di sfida in cui ciascuno di loro deve mettere sul piatto della “valanza”, la bilancia, le sue qualità dell’anima per stabilire quale sia più importante e perciò vincente. ??Rosario Palazzolo, autore e attore, insieme a un bravissimo Anton Giulio Pandolfo, di questo testo ironico e denso di simboli aperto a tante diverse letture, gioca con il pubblico facendogli credere, anche grazie al dialetto palermitano, di star assistendo a una storia di mafia e di mafiosi. In realtà è presto chiaro che la mafia non c’entra nulla. Anzi, a parte qualche vago accenno, di Trentasetti e Trentaquattru non si sa niente, né si sa dove si svolga la storia, cosa sia quella stanza chiusa, da quanto tempo stiano lì dentro e per quanto tempo ci resteranno. ??Neanche i due “ouminicchi” sanno nulla, anzi, non sono certi nemmeno di quali siano di preciso le regole del Sacramento, al quale pure si affidano ciecamente. L’unica certezza è che “Iddi” le conoscono, “Iddi”, cioè “Loro”, quelli che li hanno messi lì, quelli che tutto sanno e tutto possono, i capi, i potenti, ma anche i santi come Padre Pio, che nella testa dei due poveracci finiscono per essere la stessa cosa. Trentasetti e Trentaquattru sono prigionieri di una condizione dalla quale è impossibile fuggire: quando ci provano e riescono a forzare la porta, scoprono che “Iddi” avevano previsto anche questo. Marionette manovrate da altri, si affannano a compiere gesti che non portano a nulla, un inutile agitare le braccia nella speranza di restare a galla. Non resta altro a cui aggrapparsi se non le loro stesse ossessioni: i righini della giacca, una radio che trasmette sempre la stessa musica, un rito ossessivo che non si concluderà mai. Il Sacramento non è un mezzo per uno scopo, è esso stesso lo Scopo, assurdo com’è assurda la vita, senza senso, senza regole, se non quella che alla fine vincerà qualcun altro.

 

IL SECOLO XIX, un articolo di martin cervelli

Teatro siciliano per grandi e piccoli
Tre giorni all’insegna del “Teatro dei Vespri Siciliani”. La Cantina Teatrale di via Quarda inferiore a Savona dedica il fine settimana al teatro siciliano e in particolare alla compagnia del Tratto, una delle più interessanti giovani realtà del teatro italiano, che torna a Savona dopo il grande successo dell’anno scorso. Dopo l’originale workshop di drammaturgia siciliana che ha tenuto banco in questi giorni, questa sera e domani (ore 21) viene presentato “Ouminicch’”, opera di Rosario Palazzolo. E’ la storia di due uomini e una bara. E una decisione che deve essere presa: chi deve morire e chi invece vivere. Trentasetti e Trentaquattru, i due protagonisti interpretati dallo stesso Rosario Palazzolo e da Anton Giulio Pandolfo, non hanno scampo sin dal principio. Costretti come sono a giocarsi in tutto per tutto, a soppesare le singole qualità dell’anima. Due uomini che sanno di morire e che per questo si affidano a una spiritualità fatta di santini, di segni rivelatori. E’ una storia che ha a che fare con la vita, però. Sabato pomeriggio, nell’ambito della rassegna, Rosario Palazzolo (ore 18) presenterà il libro L’ammazzatore (ed. Perdisa pop). Domenica la compagnia del Tratto metterà in scena invece lo spettacolo per bambini “Pollicino” (ore 16,30) di Rosario Palazzolo, tratto dall’omonimo racconto di Charles Perrault. Una favola straordinaria trasformata in uno spettacolo ironico e fantastico, magico e attuale. “Pollicino” è uno spettacolo di narrazione e interazione.

 

GIORNALE DI SICILIA, 27 novembre 2007, un articolo di simonetta trovato

Palazzolo e Pandolfo sul palco del Montevergini A “Ouminicch’” si gioca con i suoni onomatopeici
Palermo. Trentasetti e Trentaquattru se la giocano al tocco: un fazzolettone annodato sulla testa, l’abito della festa, fanno la conta per scoprire a chi tocca morire. O entrare nella bara che troneggia sulla scena. O sparare a qualcuno, magari con quella rivoltella che non sanno tenere in mano. “Ouminicch’” di Rosario Palazzolo (che lo dirige e interpreta con Anton Giulio Pandolfo e andato in scena al Nuovo Montevergini) pecca di incomprensione: peccato, perché la ricerca che i due attori conducono sul linguaggio è di sicuro parecchio interessante. Come i “cugini” messinesi Scimone e Sframeli, Rosario Palazzolo e Anton Giulio Pandolfo amano giocare con i suoni quasi onomatopeici, con un dialetto sporco e vivido che va più per assonanze che per parole. Bella la loro lingua, bravi gli attori ma non ricevono aiuto dal testo che a tratti risulta quasi incomprensibile: chi sono i due uomini, perché sono lì, addossati a quella bara, cosa attendono? E soprattutto, perché sono lì? L’immaginario Godot si materializza via cavo, ma i due sembrano non farci molto caso: uno dei due deve morire, ma l’ovvietà non è dote degli umani, quindi è necessaria una spiegazione anche se si tratta di mezzi uomini, “Ouminicch’” appunto, simil calzette che non valgono molto, di certo meno dei segni, dei simboli, dei numeri che si portano dietro. Palazzolo costruisce un ambiente claustrofobico, poco più di un catodo di cui s’intuisce la povertà che fa pendant con l’animo dei due topi.