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il fatto sta
un prologo, un monologo

 

di rosario palazzolo
diretto e interpretato da rosario palazzolo e anton giulio pandolfo
produzione la compagnia del tratto

 

 

 

“un’esperienza di evidente qualità drammaturgia e attoriale, in grado di fondere registro metafisico e atmosfere tragicomiche con grande sapienza, e di amalgamare la forza della tradizione con la sicilianità visionaria di una terra oscura e strana, sospesa tra liturgie corali ed amabili astruserie, nella dimensione suggestiva del sogno, del mito, della perspicua allucinazione di un mistero condiviso” (motivazione premio la corte della formica, Napoli, 2006)
Il fatto sta parla di inquietudini, quelle nel nostro tempo.
Narra la storia di un uomo, di un dolore, di una follia.
In scena, una dualità: l’assurdità e il cinismo della società moderna, l’inutile ragionevolezza del singolo individuo, la sua inesorabile sconfitta. In una lingua forte e improvvisa, Il fatto sta è un testo di denuncia.
Potremmo dire “civile”, se di civile rimane qualcosa.

 

 

 

napoli, spazio adrian club, 4 e 5 novembre 2006, per la corte della formica (debutto)
palermo, teatro crystal, 30 marzo 2007, per teatrando
roma, teatro nuovo colosseo, dall'8 al 10 maggio 2007, per schegge d'autore
milano, teatro mohole, 12 e 13 maggio 2007
savona, teatro cattivi maestri, 7 e 8 giugno 2007, per il festival del giallo
prato, teatro la baracca, 27 ottobre 2007

 

 

Recensioni

SCENA E SCHERMO, 11 maggio 2007, un articolo di carlo rosati

Prima di "Schegge" al Nuovo Teatro Colosseo: FOLLIA E MORTE NE IL FATTO STA.
Interessante, poetico e assurdo il doppio monologo de "Il fatto sta". Roma - Concluse le quattro serate del Tordinona, le "Schegge d'autore" si sono spostate al "Nuovo Teatro Colosseo" dove sono stati proposti i nuovi spettacoli in concorso che iniziano con "Rosso" di Roberto Rosso messo in scena da Renato Capitani con Pietro Olivieri che interpreta il calciatore Stefano Golia, mentre Pierluigi Littera è il massaggiatore Di Samo e lo stesso Capitani interpreta il dirigente Molinari. Un discorso sul mondo del calcio e sui calciatori ambientato in uno spogliatoio dove troviamo uno dei campioni della Serie A, Stefano Golia, esplulso dall'arbitro. Qui si consuma una delle pagine del calcio di oggi, di un campione sardo cresciuto nel mondo di Gigi Riva, il celebre rombo di tuono. Uno spettacolo che si svolge tra tutti i luoghi comuni del calcio professionistico, quasi una Moggi Story, ma anche uno spettacolo ben articolato che passa dai sogni del calciatore alla sua corrotta realtà, che per me ha soltanto un difetto, ma macroscopico, presenta un calciatore non con la maglia, il numero, il suo nome, ma con una maglia nera che lo condanna all'inferno: penso che sia una scelta. Trovo teatralmente più valido, più incisivo e coinvolgente, il doppio monologo di Rosario Palazzolo con il primo dei suoi protagonisti che ci prospetta il rebus tra l'uomo di testa, l'uomo di mano e l'uomo di piedi per spiegarci il cinismo della società moderna, un monologo strillato alla siciliana, tra due monologhi, in un discorso filosofico sul filo d'erba pirandelliano; soltanto che lì, con Pirandello, tutto è compassato e ragionato, qui viene strillato, ma non è meno valido. Un buon lavoro con due ottimi interpreti. La terza "scheggia" della serata è "I lunghi silenzi" di Carla Guidoni che riporta da una madre, alla figlia, con una lettera, la sua vita che sta per concludersi. In questo lavoro c'è la malinconia per il tempo che passa od è già passato. Uno spettacolo valido tra gli affetti e il tempo vissuto.

 

TEATRO.ORG, 15 dicembre 2006, un articolo di edgardo bellini

Grande attesa per l’assegnazione dei premi della rassegna «La Corte della Formica» 2006, che si è svolta a Napoli dal 28 ottobre al 10 dicembre. Il concorso ha visto la partecipazione di trenta progetti per corti teatrali, quindici dei quali sono stati ammessi alla seconda fase e rappresentati nello spazio scenico dell’«Adrian Club», appositamente allestito per la manifestazione. Nella serata conclusiva, condotta da Roberta D’Agostino e Gianmarco Cesario, sono stati infine annunciati i nomi dei vincitori delle diverse categorie, scelti dalle terne di finalisti selezionati dalla giuria.
Il premio per il miglior corto 2006 è stato assegnato a «Il fatto sta», scritto e diretto da Rosario Palazzolo, e interpretato dallo stesso autore assieme ad Anton Giulio Pandolfo; in questo lavoro la giuria ha riconosciuto «un’esperienza di evidente qualità drammaturgica e attoriale, in grado di fondere registro metafisico e atmosfere tragicomiche con grande esperienza, e di amalgamare la forza della tradizione con la sicilianità visionaria di una terra oscura e strana, sospesa tra liturgie corali ed amabili astruserie, nella dimensione suggestiva del sogno, del mito, della perspicua allucinazione di un mistero condiviso». Palazzolo ha anche conquistato il premio come miglior attore, poiché, recita la motivazione, «attraverso un’interpretazione caustica e visionaria, egli è l’attendibile protagonista di una vicenda enigmatica ed inattesa narrata con vigorosa efficacia espressiva e con vibrante intensità emotiva». Miglior attrice è stata proclamata Titti Nuzzolese, elegante interprete del monologo «La porta accanto», con una motivazione che sintetizza la complessità della prova: «energia sopita che risuona in una modulazione di toni e registri che si bilanciano con grazia, temperandosi reciprocamente e distendendosi in un misurato contrappunto emotivo: nuance e gradazioni timbriche intense e sommesse, l’armonico completarsi di voci, tremori ed atmosfere nel sortilegio evocativo del verbo». Come miglior attore non protagonista è stato premiato Anton Giulio Pandolfo, per «Il fatto sta», nel ruolo di «un Prologo seducente ed intrigante» in cui «l’attore ha dato vita ad un’interpretazione intensa e vivace in cui si coniugano felicemente abilità affabulatoria e suggestiva predisposizione alla narrazione surreale»; mentre come miglior attrice non protagonista il riconoscimento è andato a Ilaria Scarano, che si è distinta nello spettacolo «L’ultimo fiore» quale «attrice dotata di forte temperamento, caratterizzato da grande energia ed encomiabile tecnica, che ha evidenziato doti interpretative particolarmente intense ed una indubbia presenza scenica».
Per i lavori su scrittura originale - la maggior parte di quelli presentati - è stato previsto un apposito premio "autoriale", che è stato assegnato a Cosimo Lupo, artefice di «Perpocaepochè - La ballata delle primitive», originale messa in scena basata su un «testo che si distingue per la capacità di abbinare la ricerca di una scansione ossessiva della lingua e dello stile con una compatta e sostanziale coerenza di forme, coerenza che consente di rappresentare, con allucinata conseguenzialità, l’orizzonte di una memoria storica desolata e disgregata, in cui si muovono personaggi ideofori isolati nella reiterata ed ostinata sclerotizzazione di gesti e parole». Lo stesso lavoro, costruito con particolare cura linguistica e attenta invenzione scenica, si è aggiudicato il riconoscimento per la miglior regia, realizzata dallo stesso Cosimo Lupo, per il «progetto registico indubbiamente interessante e ambizioso, tendenzialmente finalizzato a tracciare una linea lucida, tragica e straniante della realizzazione scenica grazie alla personale rielaborazione di suggestioni drammaturgiche mitteleuropee», nonché il premio per la migliore scenografia, ideata e realizzata da Nicola Lamoglie, pregevolissima elaborazione pensata come elemento vivo della scrittura, «che, distinguendosi per l’articolata e complessa mobilità di strutture ed elementi geometrici, sembra replicare plasticamente ed in maniera congrua le modalità espressive dello stile narrativo dell’autore». Tra i lavori realizzati su adattamento teatrale, il premio è stato attribuito a «Il macero» di Roberto Solofria, che ha sapientemente rivisitato il romanzo di Nanni Balestrini con un allestimento equilibrato ed efficace, scelto dalla giuria perché «fedele al romanzo da cui trae le sue origini, il testo si segnala come operazione di lodevole coerenza e di estrema onestà intellettuale, operazione finalizzata a vivificare drammaturgicamente, e lungi da odiosi e licenziosi estremismi, il grumo contenutistico del materiale narrativo preesistente, potenziando le peculiarità evocative e suggestive della lingua». Infine un premio speciale è stato assegnato quale miglior attrice esordiente a Claudia Incoronato, dieci anni, che ha recitato una parte tutt’altro che secondaria nello spettacolo «L’ultimo fiore»; la giuria ha voluto attribuire «un riconoscimento che premia la scelta d’iniziare in età così giovane l’esperienza teatrale. Una scelta che fa ben sperare in chi, pur appartenendo ad una generazione che ha generalmente riferimenti culturali di altro tipo, è riuscita ad interpretare un personaggio non facile pur se, ovviamente, espressivamente ancora acerba. Che questo premio rappresenti quindi soprattutto un augurio ed un incoraggiamento per la giovanissima esordiente, affinché possa continuare a coltivare quest’ interesse, in modo che possa ottenere una fruttuosa crescita culturale ed artistica».

 

TEATRO.ORG, 15 novembre 2006, un articolo di edgardo bellini

Un monologo irruente e fluido, introdotto da un prologo fatto persona – come in una tragedia greca – che propone una sorta di antefatto psicologico e orienta l’attenzione verso i temi apparentemente secondari del testo, in realtà dominanti: le ragioni delle piccole angosce individuali, nascoste dietro oggetti e persone che abitano il quotidiano e pronte a diventare abissi irrevocabili; la paura della morte, naturalmente, come sintomo preordinato di una costellazione di ansie, trasposizioni personali degli archetipi del proprio gruppo sociale o minuscole crepe della soggettività. Per tutta l’ampiezza del testo, di indiscutibile forza narrativa, Palazzolo riconosce che l’uomo è una stratificazione di simboli, talvolta mutuati dai topos della comunità, talvolta concepiti nella privatissima sfera psichica dell’individuo. Sono i piedi, così dispone l’ossessione che governa il testo, a farsi fonte della quiete e del tormento del protagonista.
Degna di nota l’esecuzione dei due attori: misurato e ipnotico Anton Giulio Pandolfo nel breve prologo, in un costume nero che evidenzia la nudità quasi oscena dei piedi; più dinamico e impetuoso Rosario Palazzolo nell’esposizione della fabula, che prende corpo nell’immaginario dello spettatore soltanto attraverso la mimica verbale del suo interprete, giacché la scena e perfino le luci restano essenzialmente immobili: una scelta coraggiosa, e tuttavia ben riuscita, che riscuote infatti un lungo e intenso applauso del pubblico.


ROMA, 11 novembre 2006, un articolo di gabo

“La corte della formica”, tra paure, verità e follia
Tra paure e verità, gioco folle e follia violenta si muovono le pièce in gara per “La Corte della Formica”, il festival dei corti teatrali fino al 3 dicembre presso l’Adrian Club di Agnano. Il primo “corto in corsa” era “Il gioco dei folli” di Fiona Colucci, un diverissement teatrale un po’ acerbo ma sincero, liberamente tratto da “Li jeus de la fuellie” (1276) di Adam de la Halle, dai Carmina Burana (XIII secolo) e da alcune affermazioni dei Padri della Chiesa in epoca medievale. La pièce mescola temi sacri e profani, in un gioco di corpi e voci che lascia poco spazio al testo, intrecciando giullari di un “nuovo Medioevo”. Il profondo sud, che già da un po’ è sorgente di teatranti vaganti dal talento notevole (Emma Dante e Davide Enia, giusto per fare due nomi) è quello che convince di più. “Il fatto sta” del palermitano Rosario Palazzolo, diretto e interpretato con Anton Giulio Pandolfo è, nella prima tranche della kermesse, la pièce che ha maggiormente divertito e incuriosito una grossa fetta di pubblico, almeno stando ad una sondaggistica spicciola: un apologo teatrale suelle inquietudini che diventano realtà, sulla paura – quella di essere ammazzati senza motivo apparente – che, se si va in fondo in fondo, è così verosimile da poter essere vera. Il testo, misto di “humour siculo” e angoscianti verità, è di sicuro una denuncia del mondo (in)civile che ammazza con e senza movente. Rosario Palazzolo e Anton Giulio Pandolfo sono anche al teatro Elicantropo con lo spettacolo “Ciò che accadde all’improvviso”. “La porta accanto” di Mirko di Martino, terzo corto in gara, con la regia di Ciro Fragante e l’interpretazione (ottima) di Titti Nuzzolese, si dedica alla guerra. Si passa dalla microviolenza di un condominio nella pièce di Palazzolo alla macroviolenza di un paesino di provincia, in cui “gente per bene” come il sindaco e le autorità stanno a guardare il consumarsi di un eccidio: la deportazione ebrea.