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foto di Davide Aiello

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'a cirimonia

di rosario palazzolo
diretto e interpretato da rosario palazzolo e anton giulio pandolfo
assistenti alla regia monica andolina e alessandro palazzolo
musiche di francesco di fiore
la voce del bambino è di giulio gulizzi
coproduzione la compagnia del tratto e teatro libero/incontroazione - stabile d'innovazione della sicilia

Trilugia dell'impossibilità
Atto secondo: L'impossibilità della verità

 

A quelli che non sanno dire.
O come dire.
O quando dire.
Sempre che ci sia qualcosa da dire.

 

 

Spettacolo vincitore de
18° FIT/FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL TEATRO Lugano (CH)
Concorso Fringe L'AltroFestival 2009
Motivazione: Per la coerente ricerca drammaturgica e linguistica rappresentata con rigore e ritmo dai due bravi interpreti, che mettono in scena, beckettianamente, un fatto che, pur non appartenendo necessariamente ad un luogo specifico, ne assume tutte le sembianze grazie alla sapiente scrittura.

Dopo Ouminicch’ (Palermo Teatro Festival, 2007), Rosario Palazzolo ha deciso di comporre una Trilogia. Una Trilugia anzi, che serva a descrivere, partendo dalla concretezza della cultura siciliana, l’universalità delle relazioni umane, in un gioco di dissimulazioni e silenzi, di voracità e innocenza.
Se in Ouminicch’ l’oggetto dello scandaglio era la relazione fra l’uomo e la società contemporanea, in ‘A cirimonia si analizza il rapporto tra l’uomo e l’uomo, tra l’uomo e una qualsiasi altra singolarità. Secondo tassello della Trilugia, ‘A cirimonia è uno spettacolo sulla solitudine, sull’impossibilità di parlarsi, sul dolore che non sa esprimersi. Due personaggi in scena (‘U masculu e ‘A fimmina), in un luogo che ha smesso di rivelarsi, celebrano una cerimonia sghemba, che si annuncia inutile. Una cerimonia che li obbliga a un dialogo che solo apparentemente è privo di senso, un dialogo straripante di silenzi pieni di paura che man mano si trasforma, che diviene urlo, esigendo un ritmo da tragedia e una musicalità surreale, in una perfetta idiosincrasia di stati d’animo.
Il tutto, in una lingua vivida, un palermitano violento e realistico che spiazza lo spettatore e lo opprime in un contesto visionario e squamoso.
E poi la musica. Che assoggetta gli stati d’animo a un dolore (e a un torpore) indegno persino a pensarsi.

 

La Trilugia dell'impossibilità, che si concluderà nel 2010, ha una poetica tesa all'annullamento di qualsiasi mera consolazione. Intende raccontare una realtà priva di conforto, che porti però a una presa di coscienza, a una rivoluzione dell'agire; propone storie vorticose e allegoriche, spesso farneticanti e ossessive, che costruiscono verità cagionevoli, che zoppicano nel tentativo di imporsi al potere, per poter essere qualcosa.
Propone un percorso, innanzitutto, un percorso impercorribile, ma comunque opportuno, necessario.
La Trilugia dell'impossibilità è una sorte di bivio. Con nessuna uscita.

 

 

napoli, teatro elicantropo, per la 13ma rassegna di teatro contemporaneo, dal 22 gennaio al 1 febbraio 2009. (debutto)
palermo, teatro libero, per la 41ma stagione di teatro internazionale, dal 9 al 14 marzo e dal 23 al 28 marzo 2009.

san cataldo (cl) , teatro g. curto, per la terza rassegna di musica e teatro "il sogno di un uomo ridicolo", 20 maggio 2009.
palermo
, teatro libero, per la 41ma stagione di teatro internazionale, dal 27 al 29 maggio 2009.
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mussomeli (cl)
, Palazzo Sgadardi, 7 settembre 2009.

milano
, Teatro della Contraddizione, dal 24 ottobre al 8 novembre 2009.

lugano (ch)
, Teatro Nuovostudiofoce, FIT, 31 ottobre 2009.

savona
, Cantina Teatrale Cattivi Maestri, 10 e 11 novembre 2009.
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Recensioni

ROMA, Napoli, 30 gennaio 2009, un articolo di Giovanna Manna

’A cirimonia, universalità di sentimenti

Napoli. Rosario Palazzolo e Anton Giulio Pandolfo sono di scena con “‘A cirimonia” al teatro Elicantropo fino a domenica. Il testo scritto da Palazzolo e interpretato da i due attori siciliani, rappresenta, dopo “Ouminicch’”, la seconda opera della “trilugia dell’impossibilità”. Un percorso itinerante iniziato da Palazzolo da tempo, che affonda le sue radici nella cultura siciliana. I testi, rigorosamente in palermitano, nascono dalla necessità di mettere in evidenza l’universalità dei sentimenti umani, nella loro frammentarietà. Un’esigenza che nasce dall’occhio acuto di Palazzolo e si manifesta nella duplice veste di parole e silenzi. Dialoghi che sembrano avere una logica ma che poi finiscono con dissimulare se stessi. La parola a cui è affidato il modo di narrare dell’autore, ruota intorno alle impossibili verità. Un Giano bifronte di matrice quasi pirandelliana, che si moltiplica e allo stesso tempo autoannienta le svariate facce della realtà. Verità che abusano dell’innocenza per poi essere fagocitate dal vortice dell’incomunicabilità.

Lo spettacolo, che ha come sottotitolo Secondo Atto: L’impossibilità della verità, inizia a buio. Ad introdurre gli spettatori in sala è una filastrocca infantile, a cui si aggiunge la luce fioca di una candelina posta su di una torta. L’ambientazione fa presagire un festeggiamento, un anniversario, una cerimonia, che sta per iniziare, ed a cui gli spettatori sono invitati a partecipare.

Dal fondo della sala si sentono voci, che pronunciano parole in dialetto siciliano dando così inizio alla messinscena su cui si accendono le luci e lasciano vedere gli attori che compaiono seduti su sgabelli bianchi posti al centro della scena. I personaggi non hanno nomi, sono ‘A fimmina (un eccezionale Pandolfo) e ‘U masculu (un impeccabile Palazzolo). Ciò che dà loro una connotazione è l’abito da sposa per l’uno e la cecità dell’altro. Una cecità che a tratti scompare, così come la verità sembra affiorare nei ricordi. Un gioco di ruoli uomo-donna, prepotenza-soggezione, uomo-uomo, padre-figlio. Un gioco-duello che continua e sorprende anche nel finale. Ad accompagnare la pièce teatrale di Palazzolo – della durata di sessanta minuti – in questo ludo visionario, le musiche di Francesco Di Fiore.

 

CORRIERE DEL MEZZOGIORNO, Napoli, 31 gennaio 2009, un articolo di Stefano De Stefano

Una “Cirimonia” trasformata in loop

È una storia senza inizio né fine, come quelle liturgie litaniche di origine ortodossa, che anche in Sicilia continuano a demarcare il tempo della fede da quello presente. Perché già a partire dal titolo, “’A cirimonia”, in scena all’Elicantropo fino a domani, appare chiaro che l’autore e attore Rosario Palazzolo abbia voluto confezionare un rituale immutabile, che come il festino di Santa Rosalia ritorna ogni anno sempre uguale a se stesso. E qual è dunque la festa privata che Palazzolo insieme a Anton Giulio Pandolfo ha mostrato in prima nazionale ai napoletani? È il trionfo di quella solitudine, cupa, claustrofobica, infetta, che più volte gli esponenti del nuovo teatro siciliano, da Emma Dante a Davide Enia, hanno portato sulle scene, con alcuni tratti identitari e ricorrenti. In primis la lingua, un palermitano duro e iperreale, tagliente e appiccicoso. E, ancora, il feticcio dell’abito da sposa, stavolta indossato da un uomo, anzi da un figlio, che con il vecchio padre cieco dà vita al gioco grottesco di “’u mi ricordu”, con cui riportare alla mente una qualche verità del proprio passato, lontana quanto inafferrabile. Come quella fetta di torta messa in palio dal gioco, e come quella cantilena, “Mi chiamo Lola e son spagnola”, che apre e chiude la pièce, caricando di ulteriore ambiguità l’infelice esistenza dei due personaggi. Condannati entrambi, ‘u masculu e ‘a fimmina, come in un loop, ancora una volta a ripartire.

 

TEATRI MILANO – Milano, 27 ottobre 2009, un articolo di Maddalena Peluso

Alla ricerca della verità perduta con A Cirimonia

Una cantilena livida e claustrofobica, un rituale visionario e surreale dal sapore liturgico e sacrale, come 'u fistinu di Santa Rosalia, un lamento malinconico, una "camurrìa" di pirandelliana memoria, messa in scena con un'interpretazione accorata e spiazzante, tra loop sonori e attoriali di vecchia tradizione siciliana, in un palermitano scarno e poetico che si trasforma in un cianotico grammelot superbamente interpretato.Resta in cartellone fino all'otto novembre 2009 al Teatro della Contraddizione la commedia impossibile "’A Cirimonia" della palermitana Compagnia del Tratto, secondo tassello della "Trilugia", pensata da Rosario Palazzolo, autore e attore, che partendo dalla concretezza della cultura siciliana, scandaglia "l'universalità delle relazioni umane, in un gioco di dissimulazioni e silenzi, di voracità e innocenza". Dopo Ouminicch' (Palermo Teatro Festival, 2007), che analizzava il rapporto tra "l'uomo e la società", tocca all'analisi del rapporto tra "l'uomo e l'uomo, tra l'uomo e una qualsiasi altra singolarità", per porre l'accento sulla solitudine, l'impossibilità di parlarsi, sul dolore che non sa esprimersi. Due personaggi in scena ottime caratterizzazioni della cultura siciliana: ’U masculu, cieco e urlante, prepotente e patriarca e ’A fimmina, confusa e accomodante, in un luogo che ha smesso di rivelarsi, pronti per celebrare una cerimonia sghemba, di cui non ricordano nulla. Per esattamente un'ora, i due protagonisti, Rosario Palazzolo e Anton Giulio Pandolfo, maschere umilmente crucciate, a tratti irriverenti, incantano lo spettatore con una recitazione serrata e intensa, con un dialogo surreale ed esilarante fino alla visionaria catarsi finale scandita dalle musiche originali, di prepotente forza scenica di Francesco Di Fiore (spaziano dal rock alla litania mediterranea e all'elettronica). Circondati, sul nudo palcoscenico, da una scarna "soffitta" del tempo perduto, tra vestiti smessi, cucchiaini d'argento, giradischi rotti e ammennicoli impolverati, i palermitani "si incantano", con evidenti effetti comici, e incantano il pubblico, utilizzando diversi linguaggi teatrali, dal popolare al filosofico, dalla commedia dell'arte alle nuove forme di drammaturgia contemporanea. L'opera ha debuttato nel gennaio 2009 al teatro Elicantropo di Napoli, per la 13ma rassegna di teatro contemporaneo. Sabato 31 Ottobre la Compagnia del Tratto, fondata nel 2002 da Palazzolo e Pandolfo, con il sostegno di Delia Calò, presenta 'A Cirimonia al FIT - Festival internazionale del Teatro - di Lugano, come spettacolo finalista del concorso dedicato alle nuove drammaturgie e alle nuove compagnie. Poi ritornerà al Teatro della Contraddizione.

 

IL GIORNO - Milano, 31 ottobre 2009

Ottima prova dei due attori palermitani della Compagnia del Tratto che, in questo secondo atto della “Trilugia dell’Impossibilità”, sono un’improbabile coppia, con lui/lei in abito nuziale, e un lui non vedente, alle prese con il loro anniversario. In dialetto palermitano. Fino all’8 novembre al Teatro della Contraddizione.

 

BRIANZA NEWS - Milano, 6 novembre 2009, un articolo di Fabio Luongo

Fresco vincitore del 18° FIT - Festival Internazionale del Teatro di Lugano (CH), Concorso Fringe L'AltroFestival 2009, questo secondo atto della Trilogia dell'impossibilità di Rosario Palazzolo, 'A Cirimonia, è uno spettacolo sulla solitudine, sull'impossibilità di parlarsi, sull'inadeguatezza di qualsiasi verità. Ad introdurre gli spettatori in sala è una filastrocca infantile, “Mi chiamo Lola e son spagnola”, a cui si aggiunge la luce fioca di una candelina posta su di una torta. L’ambientazione fa presagire un festeggiamento, un anniversario, una cerimonia che sta per iniziare, e a cui gli spettatori sono invitati a partecipare. Dal fondo della sala si sentono voci, che pronunciano parole in dialetto siciliano dando così inizio alla recita in cui si accendono le luci e ci lasciano vedere gli attori che compaiono seduti su sgabelli bianchi posti al centro della scena, con alle spalle una montagna di abiti gettati a terra. I personaggi non hanno nomi, sono “’A fimmina” (Anton Giulio Pandolfo) e “’U masculu” (Rosario Palazzolo), il luogo non si rivela. Ciò che dà loro una connotazione è l’abito da sposa per l’uno e la cecità dell’altro. Una cecità che a tratti scompare, così come la verità sembra affiorare nei ricordi. Una cerimonia, quella in cui si ci ritrova calati, che li obbliga a un dialogo solo apparentemente privo di senso, a tratti straripante di silenzi pieni di paura che, man mano, si trasforma, diviene urlo, esigendo un ritmo da tragedia ed una musicalità surreale. È una liturgia che pare ripetersi da anni, quella cui il pubblico assiste; in una lingua forte, un palermitano violento e realistico, che spiazza lo spettatore e lo opprime in un contesto immaginario. E poi la musica, “troppo bellissima”, che richiama uno stato d'animo legato al dolore, alla sofferenza. I due personaggi, utilizzando un gioco grottesco, “'u mi ricordu”, sono obbligati a ricordare, tentando di appigliarsi a un qualche brandello di verità. Una verità che, però, inesorabilmente risulterà inafferrabile. Un gioco di ruoli uomo- donna, prepotenza-soggezione, uomo-uomo, padre-figlio. Un gioco-duello che continua e sorprende anche nel finale. Ad accompagnare la pièce teatrale di Palazzolo le musiche di Francesco Di Fiore. Con la Trilogia dell’impossibilità, Palazzolo intende descrivere, partendo dalla concretezza della cultura siciliana, l'universalità delle relazioni umane, in un gioco di dissimulazioni e silenzi, di voracità e innocenza. Come dice lo stesso Palazzolo: “La Trilugia dell'impossibilità, che si concluderà nel 2010, ha una poetica tesa all'annullamento di qualsiasi mera consolazione. Intende raccontare una realtà priva di conforto, che porti però a una presa di coscienza, a una rivoluzione dell'agire; propone storie vorticose e allegoriche, spesso farneticanti e ossessive, che costruiscono verità cagionevoli, che zoppicano nel tentativo di imporsi al potere, per poter essere qualcosa.Propone un percorso, innanzitutto, un percorso impercorribile, ma comunque opportuno, necessario. La Trilugia dell'impossibilità è una sorte di bivio. Con nessuna uscita”. Vi consiglio vivamente di assistere a questo spettacolo, in scena al Teatro della Contraddizione.

 

TIO - Lugano, 2 novembre 2009

Si è concluso in un ambiente di festa il Festival Internazionale del Teatro, che ogni anno porta a Lugano (e quest'anno anche a Chiasso) i "grandi" e i "nuovi" della scena più dinamica d'Europa e a volte di altri continenti. Materiale interessante sul palco, pubblico appassionato in platea e convivialità un po' dappertutto hanno caratterizzato questa edizione, coronata da tre premi diversi, tutti e tre assegnati a compagnie italiane. Rosaspina. Una bella addormentata, messa in scena dal Teatro del Piccione (Italia) - scelto dalla giuria giovani. 'A Cirimonia, di Rosario Palazzolo con la Compagnia del Tratto (Italia) e, in ex aequo 2 (due), della compagnia Fibre Parallele (Italia) - scelti dalla giuria adulti. Spettacoli - non solo quelli premiati o in concorso - che, oltre a emozionare e far discutere, hanno dato voglia a molti spettatori e addetti ai lavori di seguire le compagnie ospiti nei loro prossimi lavori. "Vogliamo un cuore del Festival", è la volontà - più forte di una promessa - che esprimono Vania Luraschi e Paola Tripoli, direttrici artistiche del Festival. Come perfette padrone di casa hanno accolto e sorriso a ogni spettatore uno a uno, anche se, dicono, "manca uno spazio dove continuare la serata dopo gli spettacoli, dove il pubblico si incontra e si scambia pareri e reazioni, dove gli attori e i registi incontrano e si confontano con il loro pubblico. Manca insomma un centro festival come lo avevamo un tempo". L'anno prossimo, forse, il prezioso Festival riuscirà a ottenere un capannone che renderà ancora più vivo il periodo di festa e laboratorio di idee che offre il Festival Internazionale del Teatro.

 

RIVISTA TEATRO EOLO - Lugano, novembre 2009

Importante e qualificata è stata la diciottesima edizione del FIT, lo svizzero Festival Internazionale del Teatro, che dal 23 ottobre al 1 novembre ha portato tra Lugano e Chiasso spettacoli di grande qualità per adulti e ragazzi, confermando alla grande la formula vincente che da anni contraddistingue la programmazione del Teatro Pan di Lugano. Abbiamo potuto così vedere accanto a tre classici del teatro contemporaneo come Jango Edwards Pippo Delbono ed Emma Dante, proposte nuove ed interessanti e di alcune di loro ci vorremmo occupare, ad iniziare dalle due creazioni che la giuria degli spettacoli per adulti ha voluto premiare ex equo: “2.(DUE)” della compagnia Fibre Parallele e “‘A Cirimonia” della Compagnia del Tratto. La scelta della giuria va ancora una volta a premiare la grande ricchezza del teatro del Sud con due giovanissime compagnie che portano in scena un linguaggio fortemente lucido ed espressivo. “2 (Due)” di Fibre Parallele conferma dopo “ Mangiami l'anima e poi sputala “la forza di questo ” binomio” emergente formato da Licia Lanera e Riccardo Spagnulo che esprime sempre un teatro di grande forza emozionale. Licia Lanera, sola in scena, di bianco vestita, in uno spazio altrettanto bianco che piano piano si colora di rosso, esprime quasi in trance il delirio di una donna delusa ed ingannata. Il racconto , crudo e sofferto, dell'omicidio del suo uomo che l' ha tradita per un altro, narrato in ogni minimo particolare, è inframmezzato da pensieri inconsci, da ricordi, sensazioni che l'allucinata interpretazione dell'attrice rende efficacemente come impasto di realtà personale ed immaginata. Anche in “'A Cirimonia”, secondo atto della Trilogia dell’impossibilità “ L’impossibilità della verità” di Rosario Palazzolo in scena con Anton Giulio Pandolfo della Compagnia del Tratto di Palermo, racconta, affondando le radici nella vita e cultura siciliane, una storia forte e crudele. In scena due personaggi senza nome, “‘U masculu” e “‘A fimmina” che in un palermitano “vivo, realistico e violento” tentano disperatamente di ricordare, ma ricordandolo benissimo, un fatto avvenuto molti anni prima. La verità affiora piano piano, ma è una verità scomoda, inopportuna e che ognuno di loro vuole rimuovere, raccontandola a suo modo.Lo spettacolo vive soprattutto per la grande interpretazione dei due attori che utilizzano il dialetto siciliano come lingua espressiva di forte ed immediato risalto.