RECENSIONI - CIņ CHE ACCADDE ALL'IMPROVVISO
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DRAMMA.IT
È un bel pezzo di teatro di parola quello che s'è visto sabato 3 e domenica 4 novembre nello spazio
scenico del Masd di Ragusa: scriviamo di “Ciò che accadde all'improvviso” della palermitana
Compagnia del tratto (testo di Rosario Palazzolo, regia condivisa dall'ensemble ed in scena lo stesso
autore insieme con Anton Giulio Pandolfo, Francesco Gulizzi e Davide Labita). Teatro di parola
dicevamo, teatro d'attori ben formati, teatro intriso della tradizione più feconda del teatro europeo
novecentesco: ovvero con un richiamo esplicito e visibilissimo a Beckett. Sulla scena assai semplice
(solo una panchina di legno e un vecchio palo con una insegna sbiadita e sbilenca) tre personaggi di
straniata teatrale vaghezza e tra loro diversamente connotati, s'incontrano in un'improbabile fermata
di tram e aspettano insieme che un (o il) tram passi. Uno lamenta d'aver subito un grave incidente
stradale e gli servirebbe un telefono o che magari quel benedetto tram passasse per poter ritornare in
città, un altro si trova per caso in pigiama e vestaglietta, un altro ha perso la memoria e forse è il
conducente del tram che non passa. Un quarto infine richiama con vigore quei tre e li invita ad
andar via. Il dialogo, che spesso assume tono e vigore comici, s'inerpica subito per le vie del non
sense e d'un leggero surrealismo che di volta in volta frustra gli spettatori che cercano di dare un
senso a ciò che vedono in scena: che situazione è quella in cui il dialogo si svolge? Un frammento
di realtà? Un manicomio? Un appena accennato aldilà? Una scena teatrale rivissuta metateatralmente?
E chi sarebbe quello che i tre misteriosamente chiamano “quello che ha fatto il fatto?
Un dio? Il caso? Un medico arcigno? Non ci sono risposte univoche, lineari. Non possono
essercene: forse nulla di tutto questo o tutto questo insieme, come sempre accade nel teatro d'altro
canto. E quando sembra che lo spettacolo stia per finire, ecco che si riparte ancora per altre due
volte sulla falsariga di quel ch'è già accaduto e con una rotazione tra personaggi e attori che la dice
tutta sulla natura di metafora teatrale di quanto s'è già visto. E tuttavia non tutto è convincente in
questo spettacolo ed anzitutto spiace una certa complessiva e un po' faticosa verbosità del testo; una
verbosità che finisce col riempire spazi importanti dello spettacolo che meglio sarebbero stati
colmati dall'astrazione del silenzio e della corporeità.
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IL MATTINO di Napoli, 19 novembre 2006
di Enrico Fiore
Da Palermo variazioni sul tema di “Aspettando Godot”
Variazioni sul tema, potremmo definire così l’inizio della stagione all’Elicantropo. Il primo
spettacolo, “Sutta scupa”, era presentato da una compagnia di Palermo, Teatrusica, e s’ispirava ad“Aspettando Godot”. Il secondo, “Ciò che accadde all’improvviso”, in scena ancora oggi, è
presentato da un’altra formazione palermitana, la Compagnia del Tratto, e s’ispira anch’esso – sia
pur non dichiarandolo – al citato capolavoro di Beckett.
Infatti, “Ciò che accadde all’improvviso” mette insieme, a una fermata del tram, quattro personaggi
sottoposti alle imprecisate direttive di colui che essi chiamano soltanto “quello del fatto”. E i quattro
sono l’appiedato da un guasto alla macchina, un tizio in pigiama e vestaglia che viene lì tutte le sere
non si sa a far cosa, un terzo che forse è un tranviere o forse un morto in un incidente stradale e,
infine, uno che indossa un camice bianco da infermiere.
Come si vede, l’autore del testo, Rosario Palazzolo, si riferisce chiaramente a Vladimiro, Estragone,
Lucky e Pozzo, i protagonisti, appunto, di “Aspettando Godot”. E con quanta intelligenza abbia
reinventato il celeberrimo modello basta a dimostrarlo la sequenza in cui l’uomo appiedato,
sentendosi minacciato dallo sconosciuto in pigiama e vestaglia, gli punta contro una matita.
Siamo, evidentemente, di fronte a una sottolineatura, tanto precisa quanto ironica, della
fondamentale dichiarazione paradigmatica di Beckett: “Non c’è niente da esprimere, niente con cui
esprimere, niente da cui esprimere, nessun potere di esprimere, nessun desiderio di esprimere,
insieme con l’obbligo di esprimere”. E insomma, la matita costituisce un sostituto allegorico delle
parole infinite a cui – come fa anche Krapp – ci si aggrappa strenuamente nel tentativo di
esorcizzare lo stillicidio dell’impotenza esistenziale.
Ecco, allora, perché il Godot di Palazzolo viene chiamato “quello del fatto”: rappresenta la disperata
speranza (e mai ossimoro fu più appropriato) che, finalmente, un evento concreto prenda il posto
delle false consolazioni verbali. E di qui la conseguenza che l’ “azione” risulta denunciata, per
l’appunto all’improvviso, prima come la prova di uno spettacolo teatrale e poi come una delle recite
terapeutiche messe su nei manicomi.
Con ciò, dico anche dell’efficacia della regia, firmata dallo stesso Palazzolo insieme con Anton
Giulio Pandolfo. E bravi, infine, sono gli interpreti: ancora Palazzolo e Pandolfo accanto a
Francesco Gulizzi e Rosario Costanza, tutti capaci di sposare il surrealismo alla comicità.
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CORRIERE DELLA SERA, 19 novembre 2006
di Natascia Festa
Che bel teatro siciliano all’Elicantropo
Ma che bravi questi siciliani.
L’ennesima conferma di un grande fermento drammaturgico in terra di Trinacria si deve a “Ciò che
accadde all’improvviso”, in scena fino a questo pomeriggio al Teatro Elicantropo di Napoli.
Rosario Palazzolo firma un testo che s’iscrive (peccato lo faccia con un titolo brutto) nel filone di
rango del teatro dell’assurdo. Sua anche la regia che divide con Anton Giulio Pandolfo. In scena
con loro Francesco Gulizzi e Rosario Costanza, efficacissimi nel dare corpo, attraverso vari registri,
agli eterni interrogativi dell’umanità. Tutto alla fermata di un tram. Che non passa.
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TEATRO.ORG, 16 novembre 2006
di Gianmarco Cesario
La libertà!
A questo aspirano i protagonisti della piece firmata dal palermitano Rosario Palazzolo.
Si sentono prigionieri i tre uomini che si incontrano (fortuitamente?) alla fermata di un tram in una
non meglio precisata località extraurbana.
Ma ben presto tutto cambia dimensione ed ottica.
Forse non siamo alla periferia di una città, forse siamo in un carcere, oppure in un manicomio, o
meglio nel rifugio di un aguzzino che tiene i tre prigionieri.
Ed ecco che in un loop senza soluzione i tre si alternano nei tre ruoli che caratterizzano i tre aspetti
dell’uomo: la razionalità, il fatalismo, il non-pensiero.
Tutti, sembra dirci Palazzolo, siamo prigionieri della nostra stessa mente, viviamo segregati nel non
luogo delle nostre paure, dal quale uscire è impossibile, nemmeno la fine della vita stessa ci libererà
dai nostri ruoli pre-costituiti.
E così, anche quando sembra che tutto sia chiaro, quando l’ingresso del deus ex machina sembra
diradare le nebbie dell’ignoto, ecco che il gioco (?) continua, e che ci tocca ripetere la nostra recita
infinita.
Ottima la prestazione attoriale dei quattro interpreti, a cominciare da Anton Giulio Pandolfo,
misurato ed impeccabile nell’isterica caratterizzazione dell’uomo razionale, i cui perché mandano in
crisi il fatalista interpretato da Francesco Gulizzi, di eccellente impostazione attoriale e di forte
comunicatività espressiva. Dal canto suo Palazzolo interpreta con giusta calibratura, senza invadere
il campo degli altri attori, cosa non comune per chi firma il testo e la regia di un lavoro, il ruolo
dell’uomo senza cervello, a cui regala la sua già apprezzata firma stilistica di attore dotato del
difficile connubio tra leggerezza e profondità. Infine enigmatica al punto giusto la prova di Rosario
Costanza, portatore della finta agnizione finale.
Un lavoro da non perdere, tassello imperdibile di questo giovane autore che fa sue, con originalità,
le lezioni di grandi quali Kafka, Becket, Jonesco, ed anche, perché no, dei nostri Pirandello e
Lunari.
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CRONACHE DI NAPOLI, 19 novembre 2006
di Giuliana Calomino
Ultimo giorno per lo spettacolo di Rosario Palazzolo nello spazio di vico Gerolomini:“Ciò che accadde all’improvviso” all’Elicantropo, quando realtà e irrealtà si sfiorano
Ogni possibile interpretazione, ogni possibile sguardo sulla realtà, o non realtà che dir si voglia, è
accolto al teatro Elicantropo, in uno spettacolo, come quello di Rosario Palazzolo “Ciò che accadde
all’improvviso”, aperto com’è alla relatività.
Chiariamolo subito: non si tratta di una messa in scena convenzionale, e in ciò l’estetica
dell’Elicantropo aiuta, teatro a sua volta non comune, aperto alla sperimentazione e all’impegno
civile e sociale. Lo spettacolo, la cui regia oltre che da Palazzolo è curata anche da Anton Giulio
Pandolfo, entrambi pure interpreti, si avvale della presenza in scena di Francesco Gulizzi e Rosario
Costanza, compagine siciliana al suo debutto partenopeo. Un’atmosfera surreale avvolge spettatori
e attori, che si stagliano su una scenografia molto essenziale che, illuminando gli interpreti con una
luce soltanto, mette in risalto corpi, azioni e parole, facendoli emergere prepotenti dallo sfondo
nero. Tre personaggi accomunati dalla stranezza, ma nella sostanza diversissimi, si ritrovano sulla
stessa scena, la stessa fermata del tram, nell’attesa di un evento catartico che possa liberarli dalla
ripetitività.
L’uomo con il cappotto, personaggio dall’espressione e dall’essere sconvolto, l’uomo con il
pigiama, emblema del non-sense, e l’uomo con il cappello, dalla memoria intermittente, incrociano
le loro esistenze, si sfiorano, si scambiano i ruoli, non riuscendo ad afferrare il senso del tutto. La
ricerca di un senso che riesca a spiegare l’essenza di ciascuno, e della propria collocazione nello
spazio aleggia nell’aria e nel respiro dei personaggi, intenti a ricercare perennemente quei
movimenti fondamentali che testimoniano il nostro passaggio nel mondo. Un’atmosfera surreale e
una musica dolcissima, firmata da Vincenzo Biondo, incorniciano i contorni sfumati di una messa
in scena, in bilico tra commedia comica, che spesso storce nel giallo, nel grottesco e, nel finale, nel
dramma, il tutto accompagnato da un ritmo ben scandito. Al centro, l’uomo e il personaggio, che
liberato dai ruoli, reso autonomo dalle impalcature, si offre totalmente agli astanti.
Un quesito ti segue, finito lo spettacolo. L’esistenza esiste? Sì e no. Palazzolo docet.
Il finale è aperto, secondo coscienza di ognuno.
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ROMA, 18 novembre 2006
di Delio Iazzetti
Palazzolo e l’eterno dubbio dell’uomo
Che senso ha in questo mondo voler bene a qualcuno, fare progetti, se un giorno siamo comunque
destinati a perdere tutto?: è l’atroce dilemma che tormenta il regista Rosario Palazzolo insieme a sei
miliardi di vite umane. In Ciò che accadde all’improvviso, in scena al teatro Elicantropo, l’autore
affronta l’ancestrale dubbio sul senso della vita in modo originale ed efficace: mette in scena tre
uomini in attesa di un tram fantasma, metafora della ricerca di una risposta che non arriverà mai. Il
primo uomo (interpretato da Anton Giulio Pandolfo) rappresenta l’individuo problematico che cerca
di dare una spiegazione a tutto; il secondo (Francesco Gulizzi) incarna l’uomo superficiale che trova
nei luoghi comuni la risposta a i suoi dubbi; il terzo (impersonato dallo stesso regista) rappresenta
l’uomo omologato, senza cervello, che vuole darsi uno scopo imitando i comportamenti degli altri.
L’intera opera gravita attorno alla rabbia dell’uomo problematico che non sopporta la superficialità
degli altri due. “L’umanità è in cerca delle risposte ai suoi perché da milioni di anni, se non è
riuscita a trovarle finora perché dovremo riuscirci noi?” afferma l’uomo superficiale rivelando una
filosofia sbrigativa, ma saggia. L’uomo problematico non tollera una tale arrendevolezza e bolla i
suoi compagni come immaturi. Ma forse, in fondo, il più immaturo di tutti è proprio l’uomo
problematico. Viene infatti da chiedersi: che senso ha porsi domande più grandi di noi? L’uomo
problematico in fondo è un folle presuntuoso che s’illude di risolvere l’irrisolvibile, un essere
ridicolo, come una formica che cerca di intuire il funzionamento della bomba atomica. Diamo retta
all’uomo superficiale: è meglio accettare il senso comune senza stare a chiedersi se sia giusto o
sbagliato. Ma è davvero possibile seguire una sola di queste filosofie? O forse l’uomo reale è
condannato ad essere al tempo stesso problematico, superficiale e omologato?
A metà dell’opera assistiamo a un passaggio narrativo inaspettato: i tre uomini si scambiano le
identità. Il problematico diventa il superficiale, il superficiale indossa gli abiti del senza cervello.
Ma a cosa serve questa messa in scena? A trovare il senso della vita? Niente affatto: è solo un modo
per rimandare il problema.
Rosario Palazzolo ci mostra magistralmente tre sfere dell’animo umano, che si alternano
instancabili nel corso della vita di ogni uomo. In genere viviamo travolti dalle cose, ma quando un
incidente interrompe la solita routine ci fermiamo e chiediamo a noi stessi: “Perché proprio a me?”.
In quel momento l’eterno dubbio sul senso della vita ci assale, paralizza la nostra azione, ci uccide
con la sua impenetrabilità. Ma poi il momento triste passa, la vita ricomincia. E l’eterno dubbio
rimane. Forse la soluzione migliore è accettare i nostri limiti non come una condanna, ma come il
presupposto vitale per la felicità.
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BALARM
di Letizia Mirabile
Compagnia del Tratto, una riflessione tra reale e irreale
La mente si sofferma più spesso su inezie, che generano pensieri, a volte ossessioni che sembrano
realtà. La coscienza si arrovella su costruzioni irreali, ma anche surreali, credendo siano verità. Così
il confine fra certo e incerto, già molto labile, diventa inesistente, impalpabile e cadono i criteri che
aiutano a indirizzare la logica, la “comune” logica. Questa è l’essenza dello spettacolo di Rosario
Palazzolo “Ciò che accadde all’improvviso”. La regia è della Compagnia del Tratto, con la
collaborazione di Giuseppe La Licata. Gli interpreti sono Anton Giulio Pandolfo, Francesco
Gulizzi, Rosario Palazzolo e Davide Labita.
Ci si ritrova morti, o quasi morti, o si crede di essere morti, e l’irreale entra ed esce come un nastro
dalla maglia. Tre personaggi, o sono uno?, tre personalità che potrebbero essere ombre e fantasmi di
uno stesso uomo, che diventano emblema della sua natura. Tre oggetti: un cappotto, un pigiama, un
cappello, complementari, quasi essenza di questi tre destini, che si rincorrono, si avvoltolano, quasi
a volere imporre la propria supremazia, il proprio bisogno di esprimersi, che si incontrano, cercando
di trovare un senso dove tutto ha perso connotazione. Anche il registro varia: dalla commedia, al
giallo, con punte grottesche e un finale drammatico; ma cosa ci si può aspettare da questa vita, cosa
rimane se non un illusorio rapporto con se stesso triplicato, o sezionato, o fagocitatore di tre
identità?
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PALERMO 24H
di Serena Sirchia
L'Uomo alla ricerca della Verità
La variegata rassegna del piccolo teatro Butera Branciforte di Bagheria ha ospitato il 18 e 19
febbraio scorso la Compagnia del Tratto con lo spettacolo, in prima nazionale, Ciò che accadde
all'improvviso di Rosario Palazzolo. Buono l'afflusso di un pubblico che, attento, ha seguito i
giovani e ben affiatati interpreti completarsi con interscambio senza cesure e vuoti recitativi.
La fruizione scenica del testo vede un rinvio, inizialmente accennato e poi ribadito con forza, alla
fine del primo atto, al coinvolgimento simbiotico del pubblico con e attraverso i bravissimi attori
Pandolfo, Gulizzi e Palazzolo nel passaggio "da un Me Qualunque ad un Te Totale". Gli interpreti,
in reciproco travaso di ruoli, accompagnano idealmente ogni spettatore grazie all'empatia della
comune origine umana che tende verso i bisogni più intimi di identità, di storia, di coerenza, di
razionalità, di libertà… ancore e direttive in una rotta che si è perduta, cancellata o che non è mai
esistita. Si potrebbe parlare di una scenografia su tre livelli: uno fatto di oggetti, a cui se ne
aggiunge un altro costruito sugli abiti ed infine un terzo sonoro, una sirena. Ognuno è caricato di un
bagaglio di significato che deve essere di volta in volta rinegoziato in un contesto privo di
indicazioni spaziali o temporali certe.
Palazzolo, l'autore dello spettacolo, che già più volte ha dato prova della versatilità dei suoi testi,
attinge al teatro del Novecento, lo "digerisce" nei punti salienti per bypassarlo in modo speculativo
secondo una sua piccola "rivoluzione copernicana": il centro di interesse si sposta all'esterno
dell'Uomo. Decade ogni tentativo di questo di cucirsi addosso una Verità o di comprenderne "il
meccanismo". Non è ammessa nessuna soluzione di comodo, dalla più banale alla più estrema.
Nuova protagonista è una Realtà verso la quale l'Uomo orbita, in un viaggio senza garanzia di
arrivo. L'autore non cede alla tentazione di assurgersi a deus ex machina: libera i personaggi dai
ruoli, li rende autonomi, ne rispetta le scelte e non interviene. Più il personaggio si libera dalle
impalcature, più l'attore si offre allo spettatore.
L'appiattimento delle azioni sul presente, non crea memoria storica ed evita il naufragio verso lo
scoramento e il dramma fine a se stesso: nei protagonisti, prevale il Ricominciare con energie più o
meno nuove, alternando immobilità e mobilità. Ciò è, in fondo, quel che più si avvicina a Vivere.
Lo spettacolo resta comunque aperto a molteplici interpretazioni, in linea con l'intento dell'autore di
creare e cercare domande per l'analisi della Vero senza soluzione di continuità. In questo potremmo
vedere un richiamo alla metodologia scientifica di Karl Popper.